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Ti consiglio un Libro: “Genova 50 anni dopo Angelo Costa, la sua lezione il nostro desiderio di futuro”

Angelo Costa, la sua lezione e il nostro desiderio di futuro. È da qui che si parte, da un titolo che non introduce soltanto un libro ma un’intenzione, quasi un invito. Un titolo che contiene già la ragione per cui questo volume debba esistere, per cui tante voci si sono riunite per raccontare una figura sorprendentemente moderna, nonostante il mezzo secolo trascorso dalla sua scomparsa.

Un paradosso, potrebbe pensare qualcuno: il mondo che Angelo Costa ha lasciato nel 1976 non assomiglia affatto al nostro, eppure proprio in questa distanza si apre la domanda che attraversa ogni pagina, quella che ci costringe a guardare meglio, oltre quella prima impressione che risulterebbe essere la più naturale.

“Come può un industriale del Novecento, l’uomo che prese le redini di Confindustria subito dopo la guerra, parlare così chiaramente al presente e, addirittura, al futuro?”

Il libro costruisce un ponte tra epoche diverse, un arco narrativo che si muove dal dopoguerra agli anni Settanta, dagli anni Settanta ad oggi, fino a quel “territorio” più incerto che chiamiamo futuro.

Non è una biografia nel senso tradizionale del termine: è un dialogo tra tempi che si osservano e si rispondono, un viaggio attraverso i tempi.

È comprensibile chiedersi perché tornare su una figura che appartiene al passato, per quanto decisiva per Genova. Perché insistere su un uomo che ha operato in un contesto così lontano dal nostro?

L’errore più grande sarebbe “idolatrarlo”, trasformarlo in una sorta di “monumento immobile”. In realtà, ciò che si ricava è la sensazione di guardare la città attraverso gli occhi di chi l’ha osservata in brandelli e ha dovuto immaginare un modo per ricostruirla. Non un mito, ma un punto di vista, e per comprendere questo obiettivo vengono in soccorso gli scritti del tempo, della fine degli anni ’40, di quando il dopoguerra era cronaca di attualità.

I protagonisti, in fondo, sono due: da una parte, Angelo Costa; dall’altra la sua (la nostra) città, con i suoi pregi, i suoi limiti, le sue contraddizioni e le sue evoluzioni. Ed è qui che entrano in scena figure che non hanno mai conosciuto Angelo Costa, ma che oggi sono punti di riferimento per Genova. Le loro voci, tra conversazioni e scritti in prima persona, presentano prospettive diverse, nate da esperienze vissute direttamente. Due passaggi, in particolare, sembrano quasi un gesto ironico del destino, come un passaggio di testimone tra chi ha visto la città ferita e chi la sta guidando oggi attraverso trasformazioni radicali. Dalla sua elezione come Presidente di Confindustria Genova fino alla costruzione del Great Campus degli Erzelli

Certamente anche grazie alle voci dei familiari diretti dell’imprenditore si ottiene un’immagine diversa da quella esclusivamente pubblica, ma non solo. Nel seguire la sua storia ho finito per scoprire anche un frammento della storia di Genova che, pur essendo temporalmente vicinissimo a noi, appare lontano per cultura, per struttura economica, per mentalità. Una Genova che non è quella che viviamo oggi, ma che ne rappresenta la radice, la matrice, il punto di partenza.

Il porto è sempre stato un punto focale della nostra città, e questo – come ricorda Matteo Paroli, Presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale – non va mai dimenticato. Non è solo una questione di storia remota: è una continuità che attraversa i secoli e arriva fino ai decenni più recenti, quelli delle grandi compagnie che hanno segnato l’identità industriale di Genova.

La digitalizzazione del porto è una condizione fondamentale. Il porto non è un residuo del passato: è il cuore pulsante della città,  questo Angelo Costa lo aveva compreso con una lucidità sorprendente, vedendo nel mare non solo un passato glorioso ma una direttrice per il futuro. La digitalizzazione riguarda tutto, anche ciò che sembra distante dal mondo tecnologico; riguarda le infrastrutture, la logistica, la competitività.

Riguarda il porto, che deve dialogare con l’innovazione per continuare a essere ciò che è sempre stato: la spina dorsale della città.

Ci sono luoghi, oggi, in cui la tecnologia si respira in ogni angolo. Il Great Campus degli Erzelli è uno di questi; qui hanno sede realtà che definiscono il profilo scientifico della città, a partire dall’Istituto Italiano di Tecnologia, dove quasi duemila persone lavorano ogni giorno su frontiere che vanno dall’intelligenza artificiale alla robotica avanzata, fino a Franklin, il supercomputer ospitato da Liguria Digitale nell’edificio di fronte. Un quadrante della città che racconta una Genova diversa da quella del dopoguerra, ma che paradossalmente ne incarna la stessa tensione verso il futuro.

Si potrebbe dire che sulle alture di Sestri Ponente esista una vera “rete” tecnologica, e la parola rete non è casuale. È un termine che riporta direttamente alla visione di Costa, alla sua idea di una Genova e di una Liguria fatte di “cellule viventi” che necessitano di un ecosistema aperto per crescere.

Oggi quella rete è necessaria: non solo come infrastruttura, ma come intreccio di persone, imprese, istituzioni che condividono visioni e obiettivi. La città non può più un insieme di compartimenti stagni ma deve essere un organismo che vive di connessioni e in questo, la Genova contemporanea non è così distante da quella che Costa immaginava.

Si evince così il ritratto di una città che, come non si è arresa nel passato – quando, rasa al suolo, ebbe il coraggio di liberarsi da sola – non deve arrendersi oggi all’idea di essere etichettata come “una città di anziani”. Genova ha potenzialità enormi, radicate nella sua storia e proiettate nel suo futuro.

Chiudendo la quarta di copertina del volume, ci si rende conto che non si è appena terminata una biografia, ma uno spaccato della Genova del passato, della sua rinascita – non solo materiale – e della sua evoluzione. È un messaggio di speranza per la nostra città, anzi per la nostra regione: non deve essere lasciata, ma accompagnata nella crescita, sostenuta nell’innovazione, guidata nella digitalizzazione, e i primi che devono crederci sono i giovani.

E in questo movimento continuo, la lezione di Angelo Costa torna a farsi sentire. Non come un’eco lontana, ma come una voce che attraversa il tempo e ci dice che il futuro non è qualcosa che si aspetta: è qualcosa che si costruisce. Costa lo aveva capito quando tutto intorno a lui era maceria; lo aveva capito quando il porto era ferito e la città cercava un modo per rialzarsi; lo aveva capito quando parlava di “cellule viventi” e di reti che ancora non esistevano, ma che oggi popolano le alture di Sestri Ponente come se fossero sempre state lì.

E forse è proprio questo il punto: Genova non ha mai smesso di essere una città che si rialza. Lo ha fatto quando nessuno ci credeva più, lo ha fatto quando sembrava impossibile, lo ha fatto quando la sua storia sembrava finita. E lo farà ancora. Perché Genova è una città che non si arrende, una città che non si lascia definire dalla paura

Genova deve saper guardare avanti, non si deve lasciar intrappolare nel passato, anche quando farlo costa fatica, anche quando farlo significa cambiare e (anche) rischiare.

Questo “libro” non è solo un omaggio a un uomo, ma un invito rivolto a tutti noi. Un invito a credere che la Liguria non è un territorio da osservare da lontano, ma da accompagnare, sostenere, far crescere. Un invito a credere che l’innovazione non è una minaccia, ma una possibilità. Un invito a credere che il futuro non è un luogo lontano, ma un luogo che si costruisce insieme, con la stessa ostinazione, la stessa visione, la stessa fiducia che Angelo Costa aveva quando guardava il mare e vedeva non solo ciò che era stato, ma ciò che poteva ancora diventare